Francesco Renna: “Voglio rendere felici gli altri suonando. “Capovolti a Occidente”…”

Oggi vi presentiamo Francesco Renna, un cantautore irpino. “Capovolti a Occidente” è il suo nuovo singolo. All’attivo ha già due album.

Com’è sbocciata la tua passione per quest’arte?

Credo si tratti di un’attitudine innata. Mia madre mi ha sempre raccontato che a 2 anni cantavo e parlavo benissimo. Mia zia Stephy decise quindi di iscrivermi allo Zecchino d’Oro. Purtroppo il giorno dell’audizione sopraggiunse un imprevisto, molto frequente durante la mia infanzia: tonsillite e febbre a 40! Da bambino invece ricordo che io e mia sorella ci chiudevamo spesso in stanza per cantare e ballare le canzoni degli 883 e di Fiorello. Saltavamo sui letti, sui tavoli, facendo un gran casino. La svolta arrivò nell’estate del 2001. Ero a casa dei miei cugini e mio zio Elio mise nell’impianto hi-fi due dischi: Sono solo canzonette e Making movies. Ricordo la sensazione esatta che provai ascoltandoli. Da quel momento mi venne voglia di imparare a suonare la chitarra, forse anche perché capii che non avrei mai fatto il calciatore. Qualche mese dopo per Natale mio padre mi regalò una Florencia blu da 180.000 lire e un’armonica Hohner in FA.

Le tue principali esperienze…

Tutte, nessuna esclusa. Sicuramente le serate dal vivo sono al primo posto. Sono quelle che ti danno la misura della realtà, mentre le esperienze in studio e di scrittura sono quelle che ti fanno lavorare per costruire una realtà diversa, per provare a dire qualcosa che non è ancora stato detto. Una delle più importanti è stata sicuramente la mia prima esibizione ufficiale in Australia l’1 Aprile 2014.

“Capovolti a Occidente” è il tuo ultimo singolo. Quale messaggio vuoi lanciare?

Quando ho scritto musica e testo pensavo sicuramente a una storia d’amore nata in Italia, che sarebbe dovuta proseguire in Oceania. Viaggiare e vivere all’estero per molti ragazzi rappresenta un riscatto esistenziale e una sensazione di accettazione che spesso non viene percepita nel proprio paese di origine. Quando invece ho scritto la sceneggiatura del video pensavo a un’altra sensazione, molto più attuale: quella di sentirsi sottosopra, capovolti. L’Occidente, il posto che per molti rappresenta l’apice della civiltà, si ritrova invece in crisi identitaria. Per certi versi, il fatto di abitare in una piccola provincia del Sud Italia ti fa sentire ancora di più sottosopra, a causa della carenza di servizi e della mancanza di rispetto per l’ambiente.

Un duetto che ti piacerebbe…

Mi piacerebbe molto scrivere un pezzo con Valentina Parisse e Michael Kiwanuka, a sei mani. Un trietto insomma!

Progetti in cantiere?

Tanti! Il nuovo album, un nuovo discolibro, una raccolta di poesie in versione podcast. Speriamo di non fare la fine di Jovanotti quando cantava “di dieci cose fatte/te n’è riuscita mezza”.

Cos’è per te… “uno spettacolo nel cassetto”?

Probabilmente ho l’ambizione più grande, quella di voler essere felice rendendo felici gli altri, magari suonando. La musica mi ha salvato dalla prigione, quella interiore, ma a essere sincero non credo di doverle molto. Devo molto a chi la fa, ai musicisti che mi hanno sempre ispirato, a chi mi ha fatto vedere le cose da un’altra prospettiva. Forse ho un’ambizione troppo grande nel cassetto, ma ci voglio provare. In un’altra vita invece spero di diventare un artista del pallone.

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