Gionta: “La principale tematica di “Eyes of a desperate soul” è il contrasto. Sogno di presentare live questo disco”

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Gionta, all’anagrafe Antonio Francesco Daga, è un giovane cantautore sardo. Abbiamo avuto il piacere di fare due chiacchiere con lui, il quale ci ha raccontato “Eyes of a desperate soul”, il suo ultimo progetto discografico.

Come mai hai scelto questo nome d’arte?

Grazie per lo spazio che mi state concedendo! Inizio dicendovi che Gionta, è semplicemente il cognome di mio padre. Il cognome che avrei dovuto avere anche io ma che purtroppo per via di varie vicende particolari che a volte accadono nella vita (non a tutti, e va benissimo che sia così), non ho. Ho pensato che il nome d’arte fosse un modo molto romantico di “riprendermelo”.

Come ti sei avvicinato al mondo della musica?

A mia madre piaceva sentire le musicassette. Sin da quando sono nato, in casa si ascoltavano (e tuttora si ascoltano) gli U2, band che lei ha sempre adorato. Ricordo che ascoltavo Alex Baroni, Carmen Consoli, Neri Per Caso, Frankie hi-nrg… ma anche Patty Smith o tutta la new wave anni ’80 fino ad arrivare alla musica elettronica più moderna. Fra i 12/13 anni ho iniziato invece ad esibirmi in contesti hard rock. Ricordo ancora che la primissima canzone cantata su un palco con un pubblico davanti fu Paranoid dei Balck Sabbath conosciuti grazie al compagno di mia madre. Poi, siccome sono appassionato di serie TV, con l’arrivo della serie “Supernatural”, mi sono avvicinato agli AC/DC e da lì in poi sono arrivati anche gli Iron Maiden, i miei adorati Led Zeppelin e, ancora, tutta la corrente Glam Rock che andava dai Guns ‘n’ Roses agli Aerosmith. Non disdegnavo (e non disdegno assolutamente) reggae, soul e funky music. Fra I miei gruppi preferiti ci sono i Muse (sono rapito e palesemente influenzato dalla vocalità di Matt Bellamy) ed i Foo Fighters. Adoro i Pearl Jam (ho un passo della loro “Black” tatuato sul braccio) ed ho sempre ascoltato e cantato volentieri molti brani appartenenti alla corrente grunge originaria di Seattle (Nirvana, Soundgarden, Mad Season, ecc…) e tutto ciò che ne è arrivato in seguito. Fra i miei ascolti non può mancare inoltre il cantautorato classico italiano (dal 2013 porto avanti un progetto strettamente legato alla musica cantautoriale assieme al mio amico e chitarrista Fabrizio Zara). Negli ultimi anni mi sono invece avvicinato al Trip Hop con formazioni come Massive Attack e Alt-J.

“Eyes of a desperate soul”, è il tuo nuovo disco. Qual è il suo filo conduttore? Puoi parlarcene?

“Eyes of a desperate soul” parla di tutto ciò che riguarda le sensazioni interiori dell’animo umano contestualizzate alla tematica principale trattata, che è il contrasto: si parla di sensazioni legate ai miei periodi di depressione; di delusioni e sentimenti legati ad alcune persone che passano nelle nostre vite e lasciano comunque qualcosa; si parla di mancanza di comunicazione interpersonale e difficoltà nell’ottenerla… ma si parla anche di dolcezza, spiritualità, mente libera e libertà d’animo più in generale. C’è spesso e volentieri contrasto anche fra musica e parole. L’idea è partita, come ogni idea musicale della mia vita, dalla mia cameretta mentre riflettevo profondamente su me stesso e sul mio percorso come persona in generale. Ho iniziato quindi a scrivere i testi. Le melodie arrivavano in testa quasi da sole. Prima della produzione di Matyah (Mattia Uldanck) le canzoni erano composte solo da parti vocali in loop che andavano a creare gli accordi, mi veniva dunque facile canticchiare e memorizzare delle melodie che suonassero discretamente assieme alle parole del testo per poi andarle a registrare con la mia loop station. Fra stesura testi, composizione, registrazione e lavori finali di mix e mastering c’è voluto più di un anno. Per registrazione, pre-produzioni, mix e master ci sono voluti quasi cinque mesi da sommare ai mesi precedenti di stesura e composizione. 

Che ne pensi della situazione della musica italiana?

Mi viene solamente da dire che, in Italia, c’è il “sottobosco” della scena indipendente che brulica seriamente di veri talenti ma che non ha, a parer mio, abbastanza attenzione da parte delle major. Trovo proprio ci sia un sistema di talent scouting abbastanza sbagliato. È vero che si parla di “industria musicale”, però non riesco davvero a capacitarmi di come anche in questo settore  si stia andando sempre più a pensare solo alla produzione in quantità come in qualsiasi altra industria di settore non artistico.

Tre parole per definire la tua musica…

Sperimentale, malinconica e non canonica. 

Cos’è per te… (citando il nostro sito) …”uno spettacolo nel cassetto”?

Il mio “spettacolo nel cassetto” arriverà quando saremo nuovamente liberi di suonare dal vivo. Sogno di dare a questo disco una degna presentazione live. Un vero e proprio spettacolo dove la musica la farà da padrona, ma dove non sarà l’unica protagonista. Non aggiungerò altro perché chi vivrà, vedrà!

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