Kokura: “”I luoghi comuni” parla della provincia milanese, mi piace scavare in cerca di una bellezza sepolta”

Kokura è lo pseudonimo di Miky Marrocco, un autore, musicista ed impiegato di Milano. Kokura è un artista in bilico fra indie-pop e canzone d’autore. Il progetto Kokura nasce nel 2020 grazie al sodalizio con Lele Battista, producer, e all’incontro con Paolo Messere.

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Kokura, perchè questo nome d’arte?

Durante la stesura dei brani del disco mi è capitato di leggere la storia di questa città giapponese, Kokura, che era stata scelta dagli americani come bersaglio per lo sgancio della bomba atomica alla fine della seconda guerra mondiale. Il giorno del bombardamento, però, il cielo di Kokura era troppo nuvoloso e l’ordigno fu sganciato su Nagasaki. Questa vicenda mi è rimasta impressa e, quando è stato il momento di dare un nome a questo nuovo progetto, ho deciso di chiamarlo Kokura per ricordarmi che, a volte, dietro a un cielo scuro, può nascondersi qualcosa di buono.

“I luoghi comuni” è il tuo primo album. Com’è nata quest’idea? Qual è il suo filo conduttore?

Il filo conduttore del disco sono le ambientazioni legate alla provincia milanese, sono questi i “luoghi comuni” ai quali si riferisce il titolo. Si tratta di uno scenario decadente, nel quale mi piace scavare in cerca di una bellezza sepolta, spesso proprio all’interno degli stessi personaggi disillusi che lo abitano. In coda al disco c’è un vero e proprio racconto intitolato “Tangenziale est”, nel quale un pendolare si ritrova improvvisamente coinvolto in un omicidio. La provincia è ricca di contraddizioni che, a loro volta, generano spunti creativi.

Tre aggettivi per definirti…

Innanzitutto: curioso. Sono attratto dalle novità e dalle contaminazioni, spero che questo si colga anche nelle diverse influenze che convivono nei miei brani: la canzone d’autore, l’elettronica, l’indie-pop e il reading. Il secondo aggettivo potrebbe essere: minimale. Mi piace lavorare per sottrazione, lasciando intravedere l’ossatura delle canzoni, la loro fragilità che riflette quella dei protagonisti che le popolano. Terzo aggettivo: diretto. Non amo molto i testi con messaggi universali o generazionali, preferisco partire dal microcosmo che mi circonda perché lo trovo più autentico e stimolante.

Progetti in cantiere?

Dopo la stesura dell’album ho iniziato a raccogliere delle nuove storie che hanno già preso forma sulla carta e sulla chitarra. Prima di registrarle preferisco lasciarle un po’ a decantare in cameretta e in sala prove, per capire in che direzione mi stanno portando. Potrebbe trattarsi di un nuovo disco o di un EP, ma è un po’ presto per poterlo dire. Inoltre, mi piacerebbe molto portare sul palco “I luoghi comuni”, anche se il disco è uscito in un periodo decisamente sfortunato per la musica dal vivo. Mi auguro, anche da spettatore, che nei prossimi mesi si possa andare verso la riapertura di alcuni spazi anche se alcuni, purtroppo, non riapriranno più.

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Un duetto che sogni…

Nell’album ho già avuto il piacere di collaborare con due musicisti straordinari: Lele Battista e Paolo Messere e mi ritengo decisamente soddisfatto. Dovendo proprio fantasticare, mi piacerebbe collaborare con qualcuno degli artisti italiani degli anni ’90 che hanno segnato la mia formazione, mi vengono in mente i La Crus, i Marlene Kuntz e i C.S.I. Sono molto legato a quel periodo e a quelle canzoni, immagino che la parola giusta sia: nostalgia.

Cos’è per te… (citando il nostro sito) …”uno spettacolo nel cassetto”?

Direi che si tratta di una definizione che può rientrare nel mio immaginario, in quei “luoghi comuni” di cui parlavamo prima, in quelle storie semplici che nascondono qualcosa di prezioso. In fondo ogni disco è potenzialmente uno “spettacolo nel cassetto”, un piccolo oggetto (che, nello streaming, diventa persino evanescente) dentro al quale può nascondersi un intero mondo di suoni ed emozioni. 

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