Frijda: “Il nostro obiettivo principale è pubblicare il primo album”

Oggi vi presentiamo Frijda, una band siciliana nata nel 2003 da un’idea di Giancarlo Sciacca (alias Thor), il cantante, alle chitarre c’è Gaetano Giuttari, al basso Domenico Cottone ed alla batteria Edoardo Bonanno. “Ruggine” è il loro ultimo singolo.

Frijda, com’è nata la vostra band? Perchè questo nome?

La storia della nostra formazione è parecchio articolata. Il nucleo originario si è formato nel 1999 al liceo, per poi evolversi in un continuo via via di elementi. Facevamo cover, come la maggior parte delle formazioni giovanili. Io, però, già scrivevo poesie e trovai nella musica un veicolo potentissimo di comunicazione.
Così, nel lontano 2003, iniziammo a dar vita a quello che, tuttora, è il nostro progetto: tanti live, tanto sano rock, tante emozioni e tanta voglia di far sentire la nostra voce in giro per l’Italia. Il nome della band è un omaggio alla grande pittrice Frida Kahlo, che ebbi la fortuna di incontrare nel mio percorso universitario. Fu amore a prima vista. Poi, qualche anno fa, ho voluto aggiungere la “j” in seguito ad una rifondazione totale del gruppo per evidenziare, simbolicamente, il cambiamento avvenuto. Un cambiamento che alterava la forma, ma non la sostanza.

“Ruggine” è il vostro ultimo singolo, da che cosa avete tratto ispirazione?

Ho vissuto un periodo estremamente brutto della mia vita, in cui ho visto crollare tanti punti fermi.
Il classico “punto di non ritorno” che ha lasciato dei segni che tengo ancora sotto la pelle, ma cerco di non far vedere. Il caso volle che stessi studiando, per motivi universitari, “I Malavoglia” , il famosissimo romanzo di Giovanni Verga, e trovai una totale fusione tra la loro vicenda e il crollo esistenziale che stavo affrontando.

Ho scelto il titolo “Ruggine” perché ho sempre considerato la ruggine come qualcosa che scava dentro in maniera subdola, senza lasciare per forza segni visibili all’esterno; e, come il ferro prova a resistere alle intemperie dell’esistenza, l’uomo si ritroverà indebolito della ruggine che ne corroderà l’anima, destinandolo, all’interno della lotta per la sopravvivenza, per la quale è stato creato, al ruolo di chi dovrà, semplicemente, perdere. Credo che il paragone con il momento storico che stiamo vivendo, venga quasi naturale. Quanti di noi hanno perso persone care e quanti altri, dopo tanti sacrifici, si ritrovano ad aver perso ogni cosa? Tanti, anche troppi.
Così abbiamo deciso di “tirarlo fuori dal cassetto” e pubblicarlo con lo scopo di generare una reazione alla vita e alla voglia di non mollare mai.

Come definireste la vostra musica?

In riferimento all’ultimo brano pubblicato, potremmo definirla “contaminata”; ma “Ruggine”, in fondo, è stato un esperimento di fusione tra il nostro genere rock e la tradizione folk siciliana, qui rappresentata dalla Piccola Orchestra Jacarànda. Avevamo voglia di fare un omaggio alla nostra terra e abbiamo cercato di non farci mancare nulla, compreso il “cantastorie“ Melo Zuccaro, per rendere ancora più forte la presenza della tradizione sicula.
In generale, noi facciamo quello che i più chiamano “rock italiano”, ma ognuno di noi ha le proprie influenze, bene o male tutte di matrice rock e hard rock britanniche e statunitensi.
Ovviamente, cerchiamo di restare al passo coi tempi, non disdegnando le sperimentazioni.

Progetti in cantiere?

Certamente. Obiettivo principale è quello di pubblicare il nostro primo album. Purtroppo, la pandemia ha creato uno stand by globale e, in esso, ci siamo dovuti fermare anche noi, nonostante fosse tutto già pronto. Altro obiettivo è tornare a suonare dal vivo. Siamo una band con un’attività live parecchio intensa e sentiamo la mancanza del contatto con il pubblico. Speriamo che tutto si risolva al più presto e che ci si possa tornare ad abbracciare. Sembra passata un’eternità dall’ultima volta in cui non si doveva avere timore di stare vicini.

Che ne pensi della situazione attuale della musica italiana?

Se ti rispondessi in maniera estremamente sincera, rischierei con il farmi troppi nemici. Posso solo dire che siamo in un periodo critico, in cui la mancanza di valori sociali, si riflette anche nell’arte, e quindi nella musica.
Si fa musica per fare soldi, e coi soldi si paga di tutto pur di fare numeri. E’ in atto una mercificazione dell’arte senza dignità. Ormai chiunque, grazie alla tecnologia a portata di tutti, crea musica e ciò non fa altro che generare solo tanta confusione. Emergere è diventato difficile per chi, come noi viene dalla cantina umida, e tiene cara la propria personalità. Spero in qualche famoso “ricorso storico” in cui si ritornerà a trasmettere attraverso l’arte, piuttosto che usarla per dimostrare qualcosa, che spesso non c’è.

Cos’è per voi… (citando il nostro sito) …”Uno spettacolo nel cassetto”?

Lo spettacolo nel cassetto per noi è avere la forza di continuare sempre sulla nostra strada e continuare ad emozionarci e ad emozionare in musica. Solo le emozioni durano per sempre.

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