Filippo Poderini: “Mogol mi aveva detto di scegliere un genere ma io continuo a suonare di tutto”

Oggi andiamo a scoprire un cantautore, Filippo Poderini, conosciuto anche come “iF L”. Abbiamo avuto il piacere di fare due chiacchiere con lui, ci ha raccontato il suo incontro con un grande della musica come Mogol, la sua vena artistica, il suo ultimo disco “Moshi Moshi Pronto Pronto” ed i suoi progetti per il futuro.

Com’è sbocciata la tua passione per il mondo della musica?

La passione per la musica sboccia grazie al quel falsetto caratteristico di “Song 2” dei Blur (1997), ero piccolo e quel suono acuto ha attivato qualcosa nel mio cervello. Da lì ho preso in mano una chitarra e sono passati 22 anni con lei tra le braccia.

Puoi raccontarci il tuo primo incontro con Mogol?

Mogol ha una scuola di musica non troppo distante da casa mia, in Umbria, il CET. Un giorno, una decina abbondante di anni fa, fissai un appuntamento per visitare la scuola. Il caso volle che Mogol stesse gironzolando nelle sale, era estate, c’era poca gente. Lo fermai e gli diedi un CD che avevo portato come Demo. Dopo 30 minuti ricomparve col mio CD in mano, e tutto serio mi disse che dovevo scegliere che genere fare, che tutti quelli presenti nella demo erano troppi.

Io fatico molto a scegliere in maniera drastica ed ho effettivamente suonato di tutto e continuo tutt’ora. Dall’hardcore punk californiano alla bossa nova, ho preso una laurea in Jazz al conservatorio di Bologna, attestati di merito in chitarra metal alle Accademie Lizard. Ho fatto un tour rock ‘n roll in Europa con la Mr No Money band e ascolto ora tantissima elettronica (Moderat, Telefon Tel Aviv, Ghost Mutt, Thom Yorke).

Alla fine sono approdato al mio stile, che però è sempre, croce e delizia, in divenire, anche se faccio molta leva su elettropop, arpeggiatori e una poetica indie abbastanza ermetica. Inoltre adoro fare colonne sonore per film horror e produco techno e trap.

Il tuo pseudonimo era “iF L”, perchè?

“iF L” è un anagramma del mio diminutivo Fil, nato perchè i miei live erano basati sull’utilizzo di loop, come tanti tasselli di un mosaico di suoni, così ho preso un pezzo della mia identità e l’ho anagrammato, facendo uscire un “iF” che significa “se”, sempre per il fatto che preferisco il possibilismo e l’incertezza invece di una granitica stabilità.

Quest’anno hai deciso di produrre un disco con il tuo vero nome, come mai questa scelta?

Ho deciso di usare il mio nome perché le persone facevano una fatica immensa a leggere quelle tre lettere, ho sentito suoni al limite dell’articolabile e con un certo stupore ho rinunciato a proporlo. Sarebbero da leggersi semplicemente “i ef el”. Oltretutto rivolgendomi al pubblico italiano, un nome d’arte che suona straniero era superfluo. Comunque “iF L” esiste, ma si sta riposando.

“Moshi Moshi Pronto Pronto” è il tuo ultimo disco, composto da ben 11 brani, qual è il filo conduttore di questa produzione? Ce n’è uno al quale ti senti particolarmente legato? Per quale motivo?

Il filo conduttore di “Moshi Moshi” ha due capi, uno è dedicato alla necessità di apparire e di accettare sé stessi. L’altro a raccontare cosa succede quando le relazioni finiscono così spesso da farti pensare che forse sei un esponente della società liquida (cit. Z. Baumann).

Sicuramente “Ogni tuo difetto” (secondo singolo estratto, dopo “Cervia”) ha dei versi che mi stanno molto a cuore. Delle frasi che ancora neanche comprendo appieno anche se sono uscite da me.

A chi ti ispiri?

Thom Yorke è sicuramente l’artista che mi ha offerto più suggestioni ed evocazioni. Se devo pensare alla chitarra soltanto, sicuramente Pat Metheny, Marc Ribot, Robert Johnson.

Quant’è importante per te un live? Le emozioni che vivi sul palcoscenico…

Il live con la situazione giusta è il momento più bello e significativo del mio essere musicista. Sentire che quello che fai serve, come serve un fornaio, un idraulico, un medico. Sentire che quello che fai non è solo un viaggio tuo, ma è qualcosa che unisce te a chi hai di fronte, crea un ponte.

Progetti per il futuro?

In questi giorni inizio ad arrangiare un secondo disco e ad organizzare un tour di un paio di mesi, anche di nuovo in solitaria (se non si fa avanti un collega che si occupa di campionamenti), in giro per l’Europa come ho fatto abbastanza spesso negli ultimi anni (pre covid).

Cos’è per te… “uno spettacolo nel cassetto”?

“Uno spettacolo nel cassetto” è passione per la musica messa al servizio degli addetti ai lavori.

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