Sergio Casabianca: “Da un giorno all’altro ho mollato tutto per dedicarmi alla musica. Con i Nomadi la collaborazione più bella”

Sergio Cenci in arte Sergio Casabianca, classe ’66 ha iniziato la sua carriera nei locali della Riviera Romagnola poi, la partecipazione ad eventi prestigiosi come Castrocaro e Sanremo Rock. I Nomadi l’hanno subito colpito, il 27 ottobre 2017 all’interno di “Nomadi dentro” c’è “Io ci credo ancora”, brano scritto da Sergio e scelto da Beppe Carletti. Il 25 agosto ha pubblicato “Chi sono io” il suo nuovo album.

Come mai hai scelto “Sergio Casabianca” come nome d’arte?

Il nome Casabianca nasce da una serata tra amici, in una famosa osteria di Santarcangelo di Romagna, una di quelle sere in cui il vino la stava facendo da padrone. Eravamo casualmente in 4…4 amici all’osteria e stavamo giocando il famosissimo tre e trentuno che sarebbe poi la briscola con il tresette. Ad un certo punto, uno dei 4, quello un po’ più avanti con i bicchieri, ha iniziato a dirmi, visto che da pochi giorni avevo vinto un festival musicale locale, che se avessi voluto sfondare come artista avrei dovuto usare nomi lunghi tipo Ramazzotti, Fornaciari, Baldambembo e non corti come Raf, Ron, Mal, poi ha sparato Casabianca. Chiaramente tutti a ridere, ma da quel momento si è sparsa la voce e questo nome è rimasto incollato alla mia figura… diciamo benedetto dal vino?

Quando ti sei avvicinato al mondo della musica?

Beh, in realtà la mia prima passione è stato il teatro. Mi piaceva e mi piace tantissimo vedere persone sul palco che riescono a trasformare e a trasformarsi e nel farlo, riescono ad emozionare gli altri. Fin da bambino ho sempre cercato di far divertire gli altri senza immaginare minimamente che sarebbe diventato poi per me un lavoro, anzi, una mission.

Appena tornato dal servizio militare, ho incominciato ad appassionarmi e a partecipare ai concerti dei big, poi anche ad entusiasmarmi nel vedere piccole band della mia città che si divertivano suonando brani loro e cover.

Ho visto il concerto dei Nomadi ed Augusto Daolio mi ha letteralmente colpito. Dopo quel concerto ho iniziato a suonare la chitarra perchè volevo cantare i brani dei Nomadi, però il tutto senza mai troppa convinzione.

Suonavo un po’ perchè in me c’era qualcosa che non comprendevo e a dire la verità, un po’ anche per far colpo sulle ragazze. Rimini è una di quelle città in cui, sopratutto d’estate, il popolo femminile, si getta sulle spiagge e per noi maschietti è un po’ come se si accendesse una luce fatta di mille colori e sfumature.

Avevo 24 anni quando mio padre è morto e ho preso il suo posto nell’azienda di carpenteria che aveva, con lui in un certo senso è morta anche la musica e per alcuni anni ho lavorato a testa bassa pensando che quello fosse il mio futuro.

Poi però, ad un certo punto, mi sono reso conto che non era quella l’emozione che in realtà mi avvolgeva, ma un qualcosa di più grande e di più luminoso, un qualcosa di cui non avrei potuto fare a meno. Con quel filo di pazzia che da sempre mi accompagna ho mollato tutto in un giorno per dedicarmi solo alla musica. Successivamente poi attraverso essa sono nate altre passioni che mi hanno portato a fondare, insieme ad un caro amico, una onlus (Una Goccia Per il Mondo) che opera tuttora in Cambogia a favore dei ragazzi più disagiati e sul nostro territorio per le persone più in difficoltà. Poi ho creato un’associazione culturale (Sorridolibero) per promuovere quelle forme d’arte secondo me necessarie alla vita di ognuno.

Qual è la collaborazione che ti è rimasta maggiormente nel cuore? Puoi raccontarci un incontro?

Sicuramente la collaborazione più bella è quella con i Nomadi! Non solo perchè ho avuto la possibilità di cantare con loro e successivamente fare un provino, ma per il fatto che li ho conosciuti nei loro momenti lontano dal palco, nelle loro cose semplici. Ho avuto modo di ridere e scherzare come di affrontare discorsi seri. Carletti poi è anche venuto in Cambogia nel centro che ho fondato insieme alla Onlus Una Goccia per il Mondo a favore dei ragazzi più disagiati per insegnar loro la lingua inglese, progetto tuttora esistente e incredibilmente funzionante!

Hai scritto il testo di “Io ci credo ancora” per i Nomadi, contenuta in “Nomadi dentro” com’è nato questo brano?

Il brano è nato proprio in Cambogia, posto in cui ho vissuto circa tre anni a corrente alternata, ed è nato osservando i disastri che ha combinato la guerra in quei posti, non solo a livello fisico, ma psicologico, mettendo in ginocchio un popolo meraviglioso che ancora vive nel terrore e dove ancora le dispute nei villaggi si risolvono a colpi di macete. Tornato da quell’ennesimo viaggio, avevo con me cinque nuovi brani che ho subito registrato e fatto poi successivamente ascoltare a Beppe Carletti e con grande sorpresa mi ha chiesto se potevo dar loro “Io ci credo ancora”. Per me un grande onore e sopratutto la possibilità che più persone potessero ascoltare un modo magari diverso di scrivere emozioni.

Il 25 agosto hai pubblicato “Chi sono io” il tuo nuovo album, è una storia toccante, da che cosa hai tratto ispirazione?

“Chi sono io” doveva essere un singolo contenente tre brani, poi la situazione che si è creata e ciò che ho visto e provato durante questa epidemia, mi ha portato a scrivere altre canzoni che ho fatto ascoltare alla band ed ai miei responsabili e loro mi hanno risposto, avremmo tutto il necessario per un album davvero speciale. Che dici? Anche se il momento forse non è dei più indicati, lo facciamo? Ti va di rischiare? E la mia risposta è stata subito chiara e per nulla messa in discussione, sì!

Essa nasce sopratutto per cercare in modo coerente di dare voce ai quei valori che oggi si perdono troppo facilmente nella frenesia della vita, dar voce  a quelle persone che non hanno voce, rimarcare la bellezza del posto in cui viviamo che si chiama Italia e soprattutto, cercare di “trasmettere” quella forte energia vitale e quella semplicità necessaria al mondo per essere felici, per vivere e non sopravvivere. Energia che la gente ci riconosce nei concerti live e nelle cose che scrivo e per me questo è un grande motivo di orgoglio!

Un artista con il quale ti piacerebbe collaborare…

Devo dire sinceramente che se ancora fosse qui con noi avrei detto Gaber per tanti motivi ma se parliamo di qualcuno che ancora è in vitaallora dico Zucchero Fornaciari! Mi piace il suo sound, mi piace il suo cercare le collaborazioni, mi piace il suo credere nell’esistenza di qualcosa di più grande di noi, la sua voce, il suo modo di dare nei concerti più spazio alla sostanza che non all’apparenza. Desidererei davvero tantissimo poter collaborare con lui.

Cos’è per te citando il nostro sito… “uno spettacolo nel cassetto”?

E’ la verità più profonda e reale che dovremmo vivere nella vita di tutti i giorni! La vita vera e non quella che ci viene proposta o indicata da false strade fatte di ipocrisia.

Uno spettacolo nel cassetto è la possibilità di poter arrivare a comunicare con tutte le persone per far capire a tutti che la felicità la ritroveremo solo facendo un passo indietro, tornando a credere che esiste qualcosa di più grande e al di sopra di noi. Tornare a credere che l’amore, l’amore per gli altri, l’amore per se stessi, l’amore per il mondo che viviamo è l’unica forza che può spostare le montagne, che può donarci la serenità e la libertà di essere ciò che desideriamo nel rispetto altrui.

Uno spettacolo nel cassetto è unire tutte le persone e far sì che tutti guardino nella stessa direzione, non importa se rosso o nero ma nella direzione dell’amore universale. Quell’amore per la vita che può sostenere anche chi l’ha perduto, chi non l’ha mai conosciuto, chi non l’ha mai trovato, sarebbe uno spettacolo bellissimo!

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