Bobby Solo: “Spero di incidere un disco gospel prima di finire la mia carriera”

Bobby Solo, all’anagrafe Roberto Satti, 75 anni compiuti lo scorso marzo, è conosciuto anche come “l’Elvis italiano”. In realtà pur non rinnegando il suo passato, si ritiene un adulto contemporaneo che ama il country, il blues, il gospel e non solo.

L’abbiamo raggiunto telefonicamente, ci ha raccontato i suoi esordi nel mondo della musica, alcuni simpatici aneddoti ad essi connessi e “Cronache da una lacrima sul viso”, la sua prossima intervista biografica in uscita.

Come ti sei avvicinato al mondo della musica?

Quando avevo 14 anni è nato un flirt con una ragazza americana. Cercavo di corteggiarla ma mi parlava sempre di Elvis Presley. Io conoscevo Celentano, Mina, Tony Dallara, non lui, i mezzi di diffusione allora non era come quelli che abbiamo a disposizione oggi. Così chiamai la sorella del primo marito di mamma che vive in America da 55 anni. Lei mi inviò i primi due 45 giri di Elvis, così cominciai a vedere questo personaggio con le basette ed il ciuffo. In Italia, in quegli anni, tutti i ragazzi avevano i capelli corti ma io a mia mamma chiesi di farli un po’ crescere per poter essere gradevole a Bebsy McGurn, figlia di un giornalista statunitense inviato a Roma. Quest’amore poi finì, lei tornò in America ed io continuai a strimpellare la chitarra con il sogno di poter diventare un cantante.

A Milano andai a ripetizione da un prof, Lorenzo Lovecchio, il quale aveva un fratello, Andrea, autore di musica e parole alla “Ricordi”. Era il 1963 e lui mi disse “se sogni di diventare un cantante ti faccio visitare la “Ricordi” in Piazza Duomo”. Così fu, entrai nell’edificio e lui si recò al terzo piano. Io mi misi in un angolo dove c’era una segretaria ed una porta con scritto “Vincenzo Micocci direttore artistico”.

Presi la chitarra per fare il bello con questa segretaria e cantai una canzone di Elvis, lei era tutta contenta. All’improvviso si aprì la porta ed uscì il direttore il quale mi disse “Chi cantava qua?”. Io risposi “Mi scusi, lo facevo per scherzo!” “No, no venga nel mio ufficio, mi faccia sentire le sue canzoni”. Così entrai, cantai e mi propose il contratto, feci tre dischi. Nessuno acquistò i miei primi progetti discografici, per questo volevano mandarmi via. Un giorno Mariano Rapetti, papà di Mogol che dirigeva l’edizione mi disse: “Non voglio che tu venga mandato via, non hai qualche idea?”

Io avevo scritto “Una lacrima sul viso” ma aveva un testo brutto, lui mi disse “la musica è bella ma le parole sono insignificanti, lo farà mio figlio Mogol”.

Allora presi un appuntamento per andare in sala d’incisione, arrivò Giulio, e gli dissi “Hai fatto il testo?” “Non ho avuto tempo” mi rispose. “Che cosa andiamo a fare in sala d’incisione?” aggiunsi, e lui “No, no ora lo facciamo in macchina”. In 20 minuti scrisse il testo.

Mi trovai così proiettato a soli 19 anni a Sanremo. Quando vidi alle prove degli artisti americani come Frankie Avalon e Paul Anka che erano dei veri professionisti, io essendo un dilettante su un palco così grande dalla paura persi la voce. Non sapevano come fare e decisero di farmi cantare in playback, esso mi aiutò. Funzionò bene per l’epoca ma di ventiquattro violini se ne sentivano appena otto.

Una notte essendo un “novellino” dormii nel sottoscala dell’hotel Royal. Dopo la mia prima esibizione, alla “Ricordi” in ventiquattro ore arrivarono 300 mila ordini di dischi quindi mi trasferirono all’ultimo piano in una suite. Sono passato dalle stalle alle stelle. Nell’arco di due mesi ho venduto due milioni e mezzo di dischi in Italia e in un anno dodici milioni di copie nel mondo. 

Hai vinto Sanremo in ben due anni, con “Se piangi se ridi” e con “Zingara” con Iva Zanicchi.

Dopo aver cantato “Se piangi se ridi”, sull’onda di “Una lacrima sul viso” avevo la potenzialità di vincere. Al termine dell’esibizione dissi al mio arrangiatore “leviamoci lo smoking, dai, dai andiamoci a magiare uno scoglio al gambero rosso a Sanremo”. Alle 23.45 arrivarono due della Rai e mi dissero “Tu sei un pazzo, 40 fotografi ti stanno aspettando, hai vinto!” Sono tornato su, mi sono rivestito ed ho ritirato il premio.

Con “Zingara”, Morandi, mio caro amico, aveva fondato la “Mimo”, venne a casa mia e mi fece sentire i pezzi della loro edizione tra i quali “Bada bambina” che poi venne dato a Little Tony ma a me non piaceva. Poi intonò “prendi questa mano zingara…” “Sì Gianni questa mi piace” gli dissi. La portai alla “Ricordi” ma essendo io sull’onda di Presley, mi dissero che non era un pezzo per me, era un brano per Villa o Morandi. Io dissi “no voglio andare a Sanremo con questo pezzo”. Così trovarono la Zanicchi, siamo andati sul palco dell’Ariston ed abbiamo vinto.

Quant’è cambiato secondo te negli anni il Festival della canzone italiana?

Per me la musica classica, operistica e sinfonica è ormai immortalata nell’eternità. La musica leggera o pop music invece è la colonna sonora dei tempi in cui viviamo.

Nel ’60 la guerra era finita da 15 anni, c’era lavoro per tutti, si stava bene, era un periodo magico. La gente aveva voglia di innamorarsi ballando sulle note di “Sapore di sale”, “Io che non vivo per un’ora senza te”. Durante il periodo estivo la gente amava scatenarsi sulla spiaggia con il twist di Peppino Di Capri e di Edoardo Vianello.

Negli anni ’70 arrivò la contestazione, le Brigate Rosse, le targhe alterne, la congiuntura, il Vietnam e la guerra. Sono usciti così i cantautori socialmente impegnati.

Anni ’80 trasgressione e discoteca, musica leggera. Poi anni ’90 e 2000, la musica di oggi, rap, trap ecc… Essa si adatta perfettamente all’epoca in cui viviamo, è la colonna sonora dei tempi moderni.

La mia concezione è che le note sono 7 non 7 milioni, dopo 50/60 anni di capolavori in tutto il mondo, oggi un pezzo musicalmente convincente assomiglierà sempre a qualcosa di realizzato in precedenza. Invece di mettere la musica in primo piano, ora ci sono le parole. I rapper ed i trapper mostrano considerazioni sulla vita di oggi, hanno una ritmica ma la melodia viene lasciata da parte per far spazio al testo.

Sicuramente sono contento di far parte della generazione del passato, non lo ripudio ma ora nelle serate preferisco cantare jazz, blues, country, folk. Il mio tributo a Johnny Cash, grande artista country, piace da morire ai giovani italiani. L’anno scorso mi sono esibito in 5/6 locali con ragazzi sui trent’anni, quando cantavo i suoi brani mi hanno applaudito con grande entusiasmo, mi ritengo un adulto contemporaneo.

Il più grande rimpianto…

Rimpianti non ne ho, sono un ottimista, trovo sempre una scusa per accontentarmi, mai avuta grande negatività. Prima di finire la mia carriera vorrei fare un bel disco di gospel e lasciarlo sul pianeta perchè mi piace molto come Presley. Sono stato nel suo paesino, Tupelo, nel Mississippi, veniva da una famiglia poverissima, l’unica bianca nel suo quartiere. Ho visitato anche la chiesetta di religione battista, lì cantavano gospel i neri, e lui, unico bambino bianco, a 6 anni si affacciava in chiesa, era incantato da gospel e spiritual. Prima di entrare in scena in camerino si scaldava la voce con canzoni gospel.

A luglio uscirà la tua biografia “Cronache da una lacrima sul viso”, com’è nata quest’idea? 

Nella mia carriera ho avuto molti alti e bassi, momenti bui e brutti dovuti al caso ma forse anche a qualche mio errore nella gestione di me stesso, una vita alterna quindi. Circa dieci anni fa dei giornalisti mi avevano proposto di realizzare una mia biografia ma rifiutai. Un giorno ho chiamato Marco Rossi dell’Azzurra Music ed il mio amico e giornalista di musica rock Dario Salvatori chiedendogli se fosse interessato a scrivere la mia biografia e lui ha accettato. Ci siamo visti 5-6 volte ed ho raccontato un po’ la mia vita. Più che una biografia sembra un’intervista biografica di Dario. Probabilmente un giorno ne scriverò anche una mia personale con all’interno delle considerazioni private.

Nel panorama della musica italiana, c’è un giovane che ti ha particolarmente colpito?

No. Io da un’ottica americana, vedo queste ragazze che hanno anche dei cachet pesanti, sempre con qualcosa di classico. Desidererei a Sanremo una ragazza con la chitarra elettrica che canta come Sheryl Crow, come Bonnie Raitt che fa blues, ed invece è sempre la stessa storia. 

Preferisco cantare nei club rispetto ai mega show alla Baglioni e alla Vasco Rossi, trovo questa cosa troppo distante dal pubblico. Nel club è divertente perché hai un rapporto umano molto più diretto con chi viene ad ascoltarti. Un palcoscenico alto 40 metri e ricco di fari non mi attira molto. Io canto anche alle feste patronali al sud, il mio amico Lucio Dalla mi disse “io ti invidio perchè faccio concerti negli stadi mentre te sei a contatto, in piazza, con il pubblico paesano”. A me piace cantare in questo modo, giro l’intera Italia, credo che in 57 anni e con milioni di concerti alle spalle, conosco ogni metro dell’autostrada Milano-Reggio Calabria.

Bobby, invita con piacere tutti i nostri lettori ad iscriversi al Bobby Solo Official YouTube Channel, nel quale ha inserito dei video privati del dietro le quinte con Gianni Morandi, Little Tony, Vinicio Capossela.

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