Marco Ligabue: “Vorrei continuare i festeggiamenti dei miei 50 anni per tutto l’anno. Sogno l’Arena di Verona”

Marco Ligabue, l’arte è una questione di famiglia. Oggi ho avuto il piacere di fare una chiacchierata telefonica con il cantautore emiliano, il quale ha raccontato com’è sbocciata la sua passione per il mondo della musica. Tra le righe traspare la sua dolcezza ed il grande amore che nutre nei confronti di sua figlia, Viola, alla quale ha dedicato il suo ultimo inedito “Dentro”. Ogni concerto per Marco è una festa da condividere con il pubblico.

Quand’è stata la prima volta che hai preso una chitarra in mano? Puoi raccontarci un aneddoto?

La prima volta che ho preso in mano una chitarra è stato a quindici anni, in casa ce n’erano parecchie perchè mio fratello suonava già da tempo. Fino a quel momento non mi ero mai appassionato più di tanto poi un giorno ho visto la chitarra ed ho pensato, adesso voglio suonare qualche accordo. Sfogliando tra i classici della canzone italiana ho iniziato così ad imparare i primi brani e a cantare, da lì è nato il mio amore per la chitarra.

Hai iniziato il tuo percorso musicale nella band dei “Rio”, come mai poi hai deciso di intraprendere una nuova strada da solista?

Principalmente io ho avuto tre fasi musicali. La prima a 20-30 anni, avevo questo gruppo, il “Little Taver”, una sorta di Blues Brother di Correggio. Il nostro scopo era quello di divertirci suonando il rock ‘n’ roll, non avevamo grandi ambizioni musicali. Forse questo andava di pari passo con l’età nella quale hai voglia di spaccare il mondo.

Verso i 30 anni mi è nata una nuova esigenza basata sull’approfondimento, quella di scrivere melodie e testi. Visto che realizzavo molte canzoni ho deciso di fondare i “Rio”, avevo voglia che esse prendessero forma in un progetto. Son stato con loro una decina di anni.

A 40 anni ho sentito scattare in me una molla, ho deciso di cambiare percorso, è iniziata così la terza fase. Avevo una gran voglia di gettarmi nel cantautorato.

Ero cresciuto ed ero diventato padre, sentivo che delle cose così personali dovevo cantarle io, erano strane nel contesto di una band. Nei “Rio” la maggior parte dei testi l’ho scritta ma poi io facevo il chitarrista.

Che emozione ti ha attraversato la prima volta da cantautore sul palco?

Da un lato non vedevo l’ora di far conoscere le mie nuove canzoni direttamente dalla mia voce, dall’altra avevo la paura e la timidezza di una prima volta. Ero salito già tante volte su un palco ma stare in un angolo a suonare la chitarra è una cosa, lì ti concentri nei suoni, cantare, metterti davanti al microfono, è una cosa diversa.

Inizialmente non sapevo se ero all’altezza, non sapevo che cosa dire tra un pezzo ed un altro, non conoscevo come si cantava live un brano. C’erano tante incertezze, ho impiegato 20-30 concerti per prendere le giuste misure. Vedevo poi che live dopo live imparavo a dosare la voce, a muovermi, a stare sul palco.

La canzone che ti ha cambiato la vita?

Ce ne sono tante in realtà ma quella che mi ha scioccato più di tutte è “Where the streets have no name” degli U2. Andai a vederli nel 1987, ero un fan di questa band ed era uscito da pochi mesi quel disco che per me è un capolavoro, “The Joshua Tree”. Quel concerto, iniziato con questo brano, fu per me un’apoteosi. Un segnale quindi, che io e la musica avevamo tante cose da raccontarci.

In piena emergenza coronavirus hai deciso di far uscire il tuo nuovo singolo “Dentro” dedicato a tua figlia Viola, com’è nata quest’idea? Quale messaggio volevi dare alle persone che ti ascoltano? 

Sono un genitore separato, mia figlia vive con la mamma in Sardegna e vado a trovarla 2-3 volte al mese. Sono stato all’isola dal 5 al 9 marzo poi appena sono rientrato a Correggio c’è stato il lockdown.

Ho iniziato a vivere a distanza, settimana dopo settimana, all’inizio era bello videochiamarsi, poi dopo un po’ la distanza fisica si è fatta sentire. Un giorno, in una videochiamata mia figlia mi ha elencato tutti i suoi propositi post-lockdown, così da papà mi sono sciolto.

Appena ho messo giù, in poche ore ho scritto questo pezzo voce e chitarra, amo mettere nero su bianco il rapporto meraviglioso che ho con mia figlia e sottolineare quanto sentivo la sua mancanza. Ho riflettuto poi sul fatto che come io sentissi la mancanza di Viola tante altre persone avvertivano la mancanza di qualche loro affetto. Da casa poi il mio produttore artistico ha arrangiato il pezzo ed io ho montato un video casalingo raccogliendo immagini da internet e da amici. Qualche giorno dopo ho fatto questa super sorpresa a Viola e l’abbiamo lanciato online.

Il 29 maggio hai lanciato la versione punk rock di “Non è mai tardi” realizzata insieme a tuo nipote Lenny, che cosa vi lega artisticamente?

Lenny, figlio di Luciano, è un talento della musica. Ricordo ancora che quando aveva 4-5 anni si metteva dietro la batteria e riusciva già a scomporre i tempi. Si vede che è uno con la musica nel dna. Lui è molto rock, abbiamo un ottimo rapporto. Durante il periodo di isolamento domiciliare ci siamo detti “appena ci danno la possibilità di entrare in studio, troviamoci”. Il lockdown ci ha messo un po’ di torpore, ci ha tenuti in un limbo di riflessioni e pensieri. Noi due avevamo voglia di scacciare via i pensieri e l’abbiamo fatto con quello che ci viene meglio, la musica, rivisitando una mia ballata, un pezzo lento. “Non è mai tardi” in versione punk rock è stata realizzata per dare questa scossa, è un augurio per un nuovo inizio.

Sei un artista molto coinvolgente, alla fine dei concerti ti fermi sempre a parlare con i tuoi fan, ami il contatto. Che cosa provi durante un live? Che emozione ti provoca condividere la stessa passione con dei ragazzi?

Io sul palco mi sento proprio bene, mi diverto. Da quando sono cantautore la mia visione di esso però è cambiata. Mi piace molto confrontarmi con tutte le generazioni, non a caso da anni mi esibisco con un tour estivo in tutte le piazze italiane. Amo pensare ancora che la musica sia qualcosa in grado di aggregare tutte le generazioni. Quando vedo che dal ragazzo più scettico il quale magari ascolta una musica diversa dalla mia, ad un adulto o ad un anziano che pian piano si avvicinano al palco a ballare, io impazzisco, adoro creare questa festa ai piedi del palcoscenico. Si crea questa magia che poi finisce con un abbraccio nel retropalco.

Quale obiettivo vorresti raggiungere nel tuo futuro?

Tra due giorni finalmente dovrei rivedere mia figlia, un sogno dopo questi tre mesi di assenza. Il mio obiettivo artistico è quello di continuare i festeggiamenti dei miei 50 anni per tutto l’anno. Volevo organizzare una grande festa in piazza a Correggio ma ovviamente non ho potuto e quindi l’ho fatta online il 16 maggio. Sto preparando tante altre sorprese, vorrei lanciarle fino a fine anno!

Cos’è per te… “uno spettacolo nel cassetto”?

Io ho due grandi sogni per quanto riguarda la musica. Uno è quello di fare un concerto all’Arena di Verona, il posto per me più bello al mondo. Quest’opportunità sarebbe veramente aprire quel cassetto ed esaudire un sogno. L’altro invece è vedere che una mia canzone esploda e diventi super popolare, un brano che conosca tutta Italia.

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